Psicologia analitica esistenziale

Dall’ultimo libro di Maria Grazia De Donatis

CoronaCaos, storie di follia ordinaria

Dalla terrazza del Fondaco dei Tedeschi

Le meduse a Venezia

Il mondo si è fermato a causa di un virus che ha una corona in testa.

C’è solo un particolare, il mondo non si è fermato.

Mi accorgo tutte le mattine che nonostante tutto il sole è vivo, la pioggia bagna i miei gelsomini che germogliano, i canali di Venezia sono diventati da verde grigio a blu intenso, certo non saranno mai cristallini con tutti quei cadaveri sotto i canali ma almeno le maree hanno immesso dell’acqua nuova, insieme alle meduse.

In Lombardia ci sono molti casi di coronavirus, alcuni muoiono, i pazienti delle case di riposo decimati, le rianimazioni piene e il cimitero di Bergamo non ha più lo spazio per la sepoltura. La coppia di colleghi di Milano, Antonella e Alberto sono tappati in casa da due mesi, a volte penso a loro con affetto e tenerezza, si amano così tanto.

Con loro mi vedo a Venezia per i corsi di aggiornamento, amo Venezia e con loro mi diverto tanto, mi manca quella strana città e non potrei vivere senza di lei e quello che per me, lei rappresenta. Io e Venezia siamo amanti, nessuno lo sa ma ci incontriamo di nascosto dentro la Chiesa di Santi Apostoli, davanti alla Santa Lucia del Tiepolo, la Chiesa si sa, ai più, non desta mai nessun sospetto. 

Un giorno, finita la supervisione individuale con il professoreSalomon Resnik, presso il suo studio dalle parti delle Fondamentadegli Incurabili, lungo la stretta Salizzada del forno, tra pareti basse, libri, quadri antichi e le poltroncine utilizzate per la terapia di gruppo strette una accanto all’altra, il professore con la sua voce stratificata da un mosaico di accenti diversi che evocano le molte città in cui ha vissuto e le molte lingue straniere che parlava mi domandò: 

– Dottoressa, Lei dovrebbe partecipare al gruppo di supervisione sui sogni che tengo il venerdì pomeriggio alle 17,00 qui nel mio studio.

Già la mia supervisione individuale con lui, trattava l’analisi dei sogni.

-Certo Professore, la trovo un’ottima idea, le ricordo che ho già svolto 5 anni di terapia di gruppo didattica e sono gruppoanalista da più di 10 anni, sa, anche se sarebbe molto interessante sul piano clinico, vengo già per la seduta individuale da Lecce a Venezia.

– Capisco dottoressa, io vengo da Parigi a Venezia, città non facile da attraversare per un uomo di 92 anni, penso che Lei uno sforzo, e non ha neanche 40 anni possa farlo. 

– Senza dubbio professore, terrò presente la sua proposta.

Sentii la vergogna partire da sotto i piedi e fermarsi come un macigno alla bocca dello stomaco, ma come sempre accade durante queste occasioni mi mostro imperturbabile e sottile come l’ampolla di vetro di Burano che mi trovavo di fronte agli occhi. Con nonchalance proseguo e cambio direzione.

-Professore, ma un curatore d’anime che riceve vicino all’ex Ospedale degli Incurabili è un caso?

-La vita forse è incurabile- sostiene Artaud, nello stesso tempo è un continuo incontro con ciò che non conosciamo, “das Unheimliche”, come lo definiva Freud, il perturbante. Ma la maggior parte della gente fugge il perturbante, cerca rassicurazione nella routine, una ripetizione di comportamenti che non apre finestre di dialogo fra il mondo interno e quello esterno. Da qui la noia, “la nostalgia dell’identico” come sosteneva Ernesto De Martino.
Il fatto che eserciti la mia professione agli Incurabili è un caso di “hazard objectif” avrebbe detto André Breton. A volte si scoprono nella realtà circostanze che coincidono con certe situazioni della vita. Il fatto che il mio studio si trovi agli Incurabili è un caso che viene associato liberamente da ognuno in relazione al suo statod’animo.
In questo luogo, nel Cinquecento, si ricoveravano i malati di peste. Io comunque godo di una protezione speciale: di fronte alla mia casa c’è la statuetta di santa Rita che è la santa delle imprese impossibili.

Una tempra come la sua si sarebbe salvato anche dal coronavirus, era russo, ebreo, scappato in Argentina e devoto a Santa Rita. 

Io imperterrita e curiosa e lui gentile, paziente e quasi sornione, gli domandai ancora: 

– Perché Venezia, non bastava Parigi?

-Perché richiama la solitudine. La maggior parte dei problemi psicologici è legata al narcisismo, cioè alla necessità di essere continuamente riconosciuti, di specchiarsi nelle parole e nello sguardo degli altri a qualsiasi costo, anche quello del proprio male di vivere. Il che non instaura una relazione adulta, ma una dipendenza. Chi non sopporta Venezia o ha paura di questa città, o semplicemente non si sente bene mentre la visita, probabilmente ha bisogno di riflettere sulle cause del suo malessere. I disagi, ovviamente, non sono provocati dalla città ma da quello che essa sottolinea. Per esempio, un mancato riconoscimento: di fronte a tanti capolavori e a tanta bellezza le identità deboli entrano in sofferenza.
La paura di attraversare i ponti potrebbe derivare da un problema con il padre, mentre la paura degli spazi aperti, o agorafobia, potrebbe riproporre il tema del distacco dalla figura materna.
Venezia ha effetti meno problematici per poeti, scrittori, artisti che hanno bisogno di entrare in contatto con sé stessi. 

La melanconia che l’infinita bellezza di questa città può dare per queste persone si trasforma in momento di tristezza vitale.

Ho scelto Venezia perché è una città labirintica, mi piace andare incontro a quello che non conosco. Immagino Venezia come un corpo e ogni parte del corpo abitata dal suo daimon. Mi piace, a volte, passeggiare la notte da solo e dialogare con le figure e le statue che abitano le case e i ponti, per continuare così le mie riflessioni sull’inconscio di una città anfibia, abitata dal vento e dal mare, che vive sopra e sotto l’acqua. Venezia, come scrive Savinio in “Ascolto il tuo cuore, città”, è una città di fantasmi. E visitare i fantasmi aiuta, come ci insegna Don Giovanni: invitato al tavolo dal convitato di pietra, può confrontarsi di fronte alla tomba del padre con la propria paternità-.

Il progresso della civiltà si misura dalla vittoria del superfluo sul necessario. A Venezia i negozi brillano torno torno di Trine, racconta Savinio, gioielli e cristalli: magnifica “vanità” di una città salita all’acme.

Quella sera Salomon colpì il mio orgoglio ferito, il mio narcisismo,ma allo stesso tempo fece sgorgare in me un desiderio incontenibile di Vita.

Finita la supervisione prese sottobraccio sua moglie Anna, anche lei psicoanalista, e andammo insieme ad altri colleghi a bere tutti uno Spritz, io non bevevo per paura che mi facesse male, lui tranquillo dall’alto dei suoi novant’anni lo mandò giù con tanto ghiaccio, leggerezza ed eleganza, insieme ai suoi pantaloni bianchi e a i suoi lucidissimi mocassini bordeaux. 

Salomon Resnik morì a Parigi nel febbraio del 2017 e per me fu un duro colpo. 

Egli mi insegnò che la stanchezza è solo uno stato mentale, che i sogni sono importanti quanto la realtà e che uno Spritz dopo il lavoro è una vera medicina. 

Arrivederci Salomon, Lei mi manca, e sta sera berrò alla Sua.

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