Annus Mirabilis

Epifania non significa luce ma bensì manifestazione, epifania significa: ciò che si manifesta in forma visibile, ciò che si vede, ciò che è. Nel cristianesimo è l’apparizione dei Re Magi. Per i greci era il segnale di una divinità all’uomo attraverso un sogno, un miracolo o una visione lucida. Chi si apre all’ignoto si apre a un’Epifania vale a dire a una nuova visione, a una nuova luce.

Come ci si apre a una nuova luce? Perché si ha tanta pura dell’ignoto?

I santi dicevano che la tentazione prediletta dal diavolo per gli esseri umani è quella del “demone di mezzogiorno”. Si tratta di un concetto complesso da non banalizzare in stupide superstizioni, questo concetto comprende numerosi atteggiamenti e non tutti appaiono immediatamente negativi.

La Pigrizia è uno di questi atteggiamenti che non appare così negativo agli occhi di chi lo compie.

Fu Evagrio Pontico (345-399) discepolo di Origene, che trascorse più di 10 anni nel deserto di Nitra vicino ad Alessandria, che chiamò questa condizione Accidia. Egli la riteneva uno stato di “svogliatezza spirituale” , di debolezza, di inaridimento, di noia, di avvilimento, ciò che oggi impropriamente chiamiamo con il termine depressione. È l’incapacità di concentrarsi su quello che si fa, il fastidio, l’atonia dell’anima ma anche della mente e del cuore.

La persona che viene invasa dall’accidia avverte un senso di vuoto, di mancanza di significato della vita. Queste persone hanno sempre lo sguardo alla finestra a esaminare ciò che accade fuori, nella vita dell’altro, con critica, lamento e risentimento.

Questo atteggiamento porta a perdere slancio nella vita, a perdere il baricentro dell’ esistenza, a perdere energie e a prenderne da chi ne ha per poi svuotarsi di nuovo in un ciclo di inaridimento dell’esistenza.

Eros si dissolve dentro la mediocrità dello stare e non dell’Essere. In questo modo i propri orizzonti diventano ristrettì, si precipita dentro un vuoto esistenziale nel quale si vive anestetizzati, dove si teme tutto e tutti.

Sveglia!

È questo il tempo per combattere la pigrizia sentendo dentro una forza nuova che ti esorta ad andare oltre questa apatia del vivere, risvegliando dentro la tua mente la necessità di opporsi all’ apatia dell’anima, perché l’anima in quanto tale è cuore pulsante della vita, manifestazione del divino nell’essere umano, senso delle cose, caos che diventa ordine, luce che emerge dall’ombra, cuore che pulsa per l’altro, è cooperazione, è voglia di stare nelle cose della Vita.

E come scrive Heiddeger alla filosofa, sua allieva, Hanna Arendt:

“Cara signorina Arendt,

questa sera devo tornare a farmi vivo con lei e a parlare al suo cuore. Tutto tra di noi deve essere schietto, limpido e puro. […]

“Gioisca!” questo è divenuto il mio saluto per lei. E soltanto se lei gioisce potrà diventare la donna capace di donare gioia, e intorno alla quale tutto è gioia, sicurezza, rilassamento, ammirazione e gratitudine verso la vita…”

Ecco, Epifania è la Manifestazione della meraviglia è la forza di credere in un Annus mirabilis, traducibile in italiano come “anno meraviglioso” o “anno di meraviglie” o in un “anno di miracoli” ma questo vale solo per chi ancora crede, come me, che il Miracolo siamo noi.

ANCORA FREUD

Ancora ogg,i nel giorno dell’anniversario della morte di Sigmund Freud 23 settembre 1939 e dopo 17 anni di onesta professione, come dicono alcuni, mi chiedo ancora come donna psicoanalista che cos’è l’inconscio e come esso possa essere definito.

A parte le definizioni comuni che troviamo ovunque, l’inconscio non è definibile se non attraverso un lavoro sul proprio di inconscio. Definire l’inconscio significa definire la Persona e nel momento in cui definiamo la Persona abbiamo definito una parte della vita. La vita è e diviene, la Persona è e diviene, il suo inconscio è e diviene, e cambiando si trasforma in consapevolezza.

L’inconscio è una scoperta, che per chi la la vuole cogliere durerà per tutta la vita. Questo potrebbe indurvi a pensare che la psicoanalisi è solo un metodo, lungo, lunghissimo che dura per sempre.

Il percorso psicoanalitico dura il tanto che basta per aiutare il Paziente a compiere un processo di autoanalisi che durerà per tutta la sua esistenza.

Il percorso psicoanalitico è un percorso di dialogo interiore che mette in relazione le più svariate parti interne del paziente, le più conflittuali, entrando in un dialogo interno e diventando parte di un unico organismo vivente, vale a dire,

il proprio Io.

Il  7 dicembre 1938, la radio BBC fece visita a Sigmund Freud nella sua casa ad Hampstead, nel nord di Londra. Freud si era trasferito in Inghilterra solo qualche mese prima per sfuggire all’annessione nazista dell’Austria. Aveva 81 anni e soffriva di un incurabile cancro alla mascella. Pronunciare ogni parola era un’agonia.

Meno di un anno più tardi, quando il dolore divenne insopportabile, Freud chiese al suo dottore di somministrargli una dose letale di morfina. La registrazione della BBC è l’unica audioregistrazione conosciuta di  Freud, il fondatore della psicoanalisi e una delle più rilevanti figure intellettuali del XX secolo.

Con le sue parole mi piace salutarvi oggi e sentire che quella tensione emotiva che il padre della psicoanalisi ci ha lasciato è ancora viva e vigile in me e in tutte quelle persone che lavorano con il proprio inconscio.

“Ho iniziato la mia attività professionale come neurologo provando a portare sollievo ai miei pazienti nevrotici. Sotto l’influenza di un vecchio amico e i miei propri sforzi, ho scoperto alcuni nuovi e importanti fatti sull’inconscio nella vita psichica, sul ruolo dei desideri istintuali, e così via. Da queste indagini è cresciuta una nuova scienza, la psicoanalisi, una parte della psicologia, e un nuovo metodo di trattamento delle neurosi. Ho dovuto pagare un prezzo pesante per questo poco di fortuna. La gente non credette nei miei fatti e trovò le mie teorie disgustose. La resistenza fu dura e inesorabile. Alla fine sono riuscito a procurarmi allievi e a costruire una società psicoanalitica internazionale. Ma la lotta non è ancora finita”. Sigmund Freud.

Foto dell’agosto del 2017 durante la mia visita nella sua casa di Londra nell’Hampstead al civico 20 di Maresfield Gardens.

L’eredità nascosta

“Amici, come avrete visto il mio papà non c’è più. Non posso rispondere ai vostri tanti messaggi che vedo arrivare, perché sono in mezzo al mare e abbiamo appena fatto un salvataggio – scrive Cecilia Strada condividendo l’immagine di orizzonte non troppo lontano – non ero con lui, ma di tutti i posti dove avrei potuto essere…beh, ero qui con la ResQ – People saving people a salvare vite. È quello che mi hanno insegnato mio padre e mia madre.Vi abbraccio tutti, forte, vi sono vicina, e ci sentiamo quando possiamo”

Il messaggio e soprattutto l’azione di Cecilia Strada è quanto di più sano e amorevole si possa dire davanti alla perdita di un padre. Il padre lascia l’eredità al figlio affinché ne faccia tesoro ma per farne tesoro paradossalmente non deve dipendere dal lascito.

Cecilia Strada ha imparato ciò che i genitori le hanno insegnato e lo dimostra vivendo, lo dimostra vivendo altrove rispetto a loro, in questo caso al padre in particolare in quanto la madre non c’era già più.

Cecilia Strada non perde tempo su Facebook durante il giorno, si occupa di vite, non per questo è un’eroina ma è questo quello che sceglie di fare.

Cecilia Strada ha avuto un buon padre, un padre che le ha insegnato “delle cose” e non l’ha ricattata “con delle cose”.

Non le ha comprato una casa, sotto spinta continua della madre, per poi ricattarla come spesso accade nelle famiglie italiane.

Chi fa un regalo non deve mai avere un secondo fine soprattutto un genitore verso un figlio che in uno stato di necessità, spesso più emotivo che materiale non è in grado di dire di no. Chi fa un regalo non deve chiedere nulla in cambio, altrimenti è solo manipolazione narcisistica dettato dal proprio bisogno di sentirsi importante in un mondo dove si sente vuoto.

Il genitore Gino Strada ha fatto una figlia e si e si preoccupato che sua figlia imparasse un mestiere, la figlia riconosce il padre proprio per questo amore e non per i lasciti. L’ego vuole sempre qualcosa dagli altri, quello che ha non è mai abbastanza, si insinua così una certa avidità nell’avere cose per poter soddisfare desideri di riconoscimento che non saranno mai appagati.

L’eredità è sempre di sentimenti e quando questi non ci sono allora il denaro e i ricatti hanno la meglio.

Il padre insegna la libertà del futuro ai propri figli, la capacità e l’abilità di cavarsela nella vita senza il bisogno di correre indietro a chiedere aiuto, insegna la fiducia di farcela con le proprie gambe verso il futuro.

Il padre dà al proprio figlio per dare una spinta non per farlo tornare indietro per idolatrarlo.

I figli che non si staccano dai propri genitori non solo non saranno mai persone complete e mature ma vivranno da insicuri, con dubbi e un’ansia ontologica credendo che senza il parere del genitore, che è sempre meglio del proprio, non possano prendere delle decisioni buone per se stesse.

Il figlio deve imparare a autodeterminarsi, a fare scelte autonome andando oltre la paura di sbagliare, il figlio deve andare in avanti se vuole avere il proprio posto nel mondo e il proprio posto è stato dato per diritto di nascita dalla vita ma ciò si comprende solo se si è autonomi.

Cecilia Strada è stata una figlia fortunata perché ha avuto un padre che non è stato schiavo della società borghese, dei falsi ideali, ha messo le mani dove servivano e ha usato la parola solo per denunciare il male e il male non si denuncia con le buone maniere.

Il mio saluto affettuoso va a te Cecilia che non hai perso un padre perché è dentro di te.

Essere donna in privilegio di Madre natura

Dal 17 giugno al 17 ottobre 2021 le sale di Palazzo Medici Riccardi, pronte a ripartire con “AniMA. La Magia del Cinema d’Animazione da Biancaneve a Goldrake”, la mostra che espone per la prima volta al pubblico oltre cinquecento disegni originali dei film d’animazione più conosciuti e amati.

Nascere donna è di per sé un privilegio di natura. La vita sceglie un corpo di donna per donare la vita. La natura si compiace di questo e dona alla donna questo potere.

Attraverso una ferita che resta sempre aperta la creatività prende vita.

E la natura si compiace di realizzare sé in un corpo di donna.

La domanda che sorge spontanea allora è questa: da dove viene la negazione di questo potere femminile?

Proprio in quanto potere avviene in un cambio di generazione e non di genere.

Il conflitto nasce da parte di chi detiene il potere in quanto già madre verso coloro che per diritto di natura sono chiamate a subentrare, le figlie, e non il contrario come sostiene Melanie Klein affermando la cattiveria innata del bambino.

Amore e psiche nella favola di Apuleio: Venere invidiosa e gelosa di Psiche si vendica su di lei con una maledizione.

Core e Demetra: l’invidia della madre per il regno preso per metà dalla figlia.

Non sono dunque gli uomini i veri oggetti dell’invidia femminile.

La condizione di impotenza e di subalternità all’egemonia maschile si traduce in una sorda rivalità reciproca, spingendo le donne a farsi subdolamente la guerra tra loro mentre sull’uomo si disegna la lavagna che trascrive le conseguenze di quest’odio.

Laddove la madre, volendo possedere la figlia per la vita, non aiuta la figlia a compiere il cambio generazionale anzi le chiede obbedienza e sottomissione fino al punto di sacrificare la propria sessualità quindi colpa per il proprio sesso.

Ebbene, proprio nella complessità del legame preedipico madre-figlia –  evidenziato da Freud, quando definiva l’amore della bimba per il padre un “surrogato” dell’amore materno – vanno ricercate le ragioni profonde delle asperità e delle lacerazioni che tanto spesso caratterizzano i rapporti tra donne.

La via indicata per un loro possibile superamento, è la via dell’ elaborazione della relazione con la propria madre, la sola davvero in grado di modificare e trasformare i rapporti fra donna e donna: è innegabile, tuttavia, che in questa relazione e nella capacità di elaborarla, si gioca la possibilità di gestire e controllare l’invidia nel corso della vita, ogni volta che siamo chiamate a confrontarci con un’altra donna.

Tale solidarietà tra donna e donna è vera, sincera e efficace solo a patto che si riconosca l’esistenza di un conflitto atavico di generazione altrimenti si profila l’ennesimo inganno, il falso che subordina la giovane all’anziana con l’unico scarico di tensione che si verifica con la parola d’ordine: conflitto di genere che significa scaricare la tensione generata dal conflitto non risolto contro l’altro sesso in quanto tale.

Se la donna figlia, non viene aiutata dalla donna madre a compiere con il dovuto rispetto, il proprio processo di identificazione e quindi a differenziarsi da essa  il veleno della madre ricade sulla figlia e sull’intera specie.

Da dove verrebbe la velenosa invidia che colpisce Biancaneve se non dalle brame della madre-matrigna? Ma, nella sagra dello specchio, tra proiezioni e brame narcisistiche è proprio la figlia ad avere il danno fatale, infatti, l’arma dell’affetto viene dunque usata per legare la figlia vista come concorrente potenziale.

Il veleno della mela resta comunque un danno per l’immagine del sé femminile (perché generato dall’identità femminile stessa) e sarebbe letale, se non fosse per il bacio dell’amante principe che ristabilisce la differenza di genere e recupera, il valore sessuale femminile, da qui la nascita dell’aggressività: Dolo- Doglie- Dolore: partorirai con dolore. No, partorirai con gioia!

Una donna che non per sua volontà ma per diritto di natura, deve subentrare al ruolo creatore materno è per sua natura pura ed innocente, ma la stessa donna la cui identità deriva in tutto con l’identificazione primaria con la madre non può che essere devastata e aggressiva. Questa è clinica che infinite volte si è impregnata nella mela avvelenata di Biancaneve e in tante altre fiabe, citando anche Bruno Bettelheim in “Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe.”

L’umiliazione del narcisismo nella fase di costituzione dell’identità femminile è l’unico vero motivo per cui una donna risulti strutturalmente incapace di percepire l’amore come soddisfazione sia nel darlo che nel riceverlo.

A questo proposito le statistiche sulle violenze denunciate dalle donne nelle associazioni antiviolenza, mostrano che nell’87,4 % il nemico è il marito o il compagno: le uniche persone che la donna presumibilmente sceglie nella vita con libertà di cui dispone.

Rimane la considerazione che la violenza che una donna subisce nella vita è pari e proporzionale alla violenza subita nel rapporto primario famigliare: la componente sadomasochista che connota i rapporti nella coppia è purtroppo funzione di transfert e malessere del legame che si forma nella cattiva simbiosi primaria.

Quello che è peggio è che molte donne non sembrano rendersene conto, apportando nella loro vita un’infelicità esistenziale e una disperazione divenuta strutturale.

Quella dell’infelicità affettiva, viziata anche dalla violenza e dal dramma, è una storia già scritta nell’anamnesi famigliare.

La parola consapevolezza entrata, assieme ad altre, nel linguaggio consueto, non è, come si crede, il rimedio a tutti mali. Non basta, trasformare in conscio ciò che è inconscio, anche se sarebbe azzardato concludere che fra essere consapevoli di qualcosa che ci riguarda e non esserlo non vi sia alcuna differenza.

E’ necessario sostituire alla “cultura”  dell’invidia, fatta propria tra una generazione e l’altra, quella della prossimità e della sorellanza.

Non più la matriosca e la sua gerarchia ma la sorellanza tra le donne di tutte le età. Io stessa, come donna e come terapeuta sono testimone attiva di questa sorellanza.

E’ necessario dunque incontrare la madre come donna e non come dio.

E’ necessario ritornare a riconoscere e a incontrare la natura come madre, come vita.

Essere madre per una donna è solo un ruolo e bisogna compierlo con potere e responsabilità che questo ruolo rappresenta.

Siamo, come donne, protagoniste della Vita, siamo co-creatrici con la vita stessa, siamo artiste e protagoniste nella storia.

Questo comporta l’abolizione del diritto di dominanza della madre sulla figlia denominato possesso. Dobbiamo essere consapevoli della nostra forza rinnovatrice che è solare contro la minaccia dell’oscurità.

Anche la bestialità del maschio troverà la soluzione nel momento in cui Iside dona la sua rosa all’asino di Apuleio riportandolo all’umano.

L’emancipazione attraverso la differenza da chi ci ha creato è esattamente ciò che ci rende umani facendoci evolvere dai primati.

Noi donne dobbiamo diventare consapevoli di quanto potere abbiamo a disposizione e di fatto lo esercitiamo sulla realtà e sul mondo maschile.

A dispetto delle nostre ferite d’amore noi siamo in grado di fare accadere gli eventi che segnano il destino della nostra natura umana.

La vera speranza nella nostra vita è quella di riconoscere che al di sopra di tutto e dietro a tutto come causa e motore c’è la necessità assoluta che la giovane donna e figlia non debba mai più sentirsi mortificata dal soggetto che più ama al mondo e per la quale è disposta a sacrificare ogni cosa, anche se stessa, per quello che ne consegue in termini di qualità dell’intera esistenza umana.

Alla fin fine, la leggerezza dell’essere non è più insostenibile, come per Milan Kundera, ma deliziosa quando si è disposti a riconoscerla, accettarla e trasformarla in una vita che vale non la pena, ma la gioia di viverla.

Maria Grazia De Donatis

La vita què es

La pandemia ha slatentizzato l’angoscia di morte e comprese molte forme diversificate di ipocondria, (che ricordo essere una psicosi) per troppo tempo soffocate da una società narcisistica ed edonistica dove il rapporto con la morte non può essere vissuto in quanto visto come ostacolo al proprio divertimento tout court invece che come parte integrante della vita per una crescita individuale e collettiva della Persona.

La morte è parte della Vita e non contro la Vita.

Questo virus, che ora speriamo possa essere dietro e non davanti, non deve come molti sostengono, averci insegnato qualcosa ma può esserci stato d’aiuto per comprendere che l’unica vera esperienza che possiamo fare è vivere, vivere, vivere, non pensare alla vita.

Il progetto della Vita sta nelle cose della Vita. Lo Spirito stesso sta nella materia della vita e non per aria o nelle orazioni. È come se le orazioni fossero dei fiori meravigliosi da adorare ma poi ciò che conta davvero sono i frutti che si possono mangiare e quindi le azioni.

Io ancora non ho idea di che cosa mi abbia insegnato questo CoronaCaos, come l’ho chiamato un anno fa nel mio libro, “CoronaCaos:storie di follia ordinaria”, ci sono ancora dentro, ma questa esperienza mi è più chiara su un punto, ciò che conta è il Potere di Adesso.

Motivo per cui createvi una vita bella da vivere perché ciò che la mente nega, il corpo lo spiega e spesso il lo cuore tace.

Amici, spalancate le porte alla vita e se anche entrerà un po’ di erbaccia non preoccupatevi più di tanto, tutti abbiamo in casa una scopa.

Non rinunciate alla vostra libertà per paura della malattia perderete la libertà ma non la malattia.

La paura in questo momento, può far fare qualsiasi cosa, in una situazione del genere possono anche aumentare omicidi, suicidi e in generale episodi di violenza.

È importante essere consapevoli e rimanere nel presente e non guardare video o notizie che inducano paura o violenza.

Smettiamola di parlare continuamente della Pandemia, ripetere la stessa cosa ancora e ancora è un auto ipnosi.

La paura è un’auto ipnosi.

Questa idea causerà cambiamenti cellulari nel nostro corpo. Ricordiamo ciò che Veronesi diceva dei tumori, che una delle concause dell’insorgere delle cellule concerogene era da scorgere nelle grandi tristezze.

La natura, l’arte, l’allegria, la meditazione e il movimento sono antidoti eccellenti contro la paura. Essi creano un’aura protettiva che non permettono al cercatore di energia negativa, i cosiddetti vampiri energetici, di entrare nella vostra vita.

Se sei presente a te stesso eviti il buco nero.

La paura è una sorta di follia e prova il fatto, che la vita è vissuta nel modo sbagliato.

La morte non è un problema per chi vive la propria vita ogni momento.

La paura non risolverà nulla e non c’è cura per la morte.

Se non muori di pandemia, allora dovrai morire comunque un altro giorno, e quel giorno può essere da un giorno all’altro come è accaduto a quei ragazzi sulla funivia.

Ecco perché l’unico modo per essere pronti alla morte e non abbattere la vostra vita.

Ora, torno alle “mie cose” sto per atterrare a Bologna, il volo è stato semplice e mi aspetta una bella passeggiata all’aria aperta.

Ah, che sospiro di sollievo!

La paura è l’opposto della volontà

Abbiamo sempre bisogno di avventura e gioco nelle nostre vite. Cos’è la Pasqua se non la capacità di aver trasformato le nostre ferite nell’avventura più straordinaria che è la vita stessa.

Perché un uovo, perché un uovo è scoperta, un uovo è rottura di uno schema è sorpresa e meraviglia della Vita.

Ci possiamo meravigliare o fare nuove scoperte in un momento così difficile per la nostra nazione?

Sì se la nostra testa non è ingombrata da ciò che ci spaventa. Come si fa a giocare se si è spaventato? Come si fa giocare se si ha sempre la soglia di attenzione così alta da dover controllare tutto o doversi difendere da tutto?

Giocare vuol dire distrarsi da se stessi o meglio dalle proprie narcisistiche preoccupazioni.

La fantasia e l’immaginazione sono una forma di intelligenza alta, usiamola in tutte le sue forme.

Proviamo, per una volta, a non vedere il dio che si è immolato sulla croce per noi e poi è resuscitato come “qualcosa” da adorare, questo ci rende lontani da qualsiasi responsabilità, lui è stato capace di tutto ciò e noi preghiamo lui che ha fatto tutto.

Proviamo a guardare scevri da ogni credo, a osservare approfondire la nostra condizione umana ovvero la nostra croce, le nostre ferite quelle che abbiamo subito e quelle che abbiamo inferto agli altri, proviamo a trasformale a saturarle, accudirle a prendercene cura e a lasciarle andare.

L’uomo è più grande delle proprie ferite e la Pasqua lo insegna. Cambiate e tutto cambia e tutto cambia con voi. E quando avrete lasciato le vostre ferite alle vostre spalle allora prendete un uovo e meravigliatevi della Vita che troverete dentro. Oggi come da sempre, il progetto è lo Spirito nella vita, i riti sono solo un mezzo.

Anche se in questa Pasqua per molti la luce è fioca, la luce c’è. A volte non si hanno tutti gli ingredienti per fare una torta ma un pò di fantasia e di immaginazione aiutano a distrarsi e per qualche ora a sentirsi più leggeri.

Buona Pasqua

Non fare mai che le difficoltà e il male superino te stesso

Noi tutti siamo più grandi delle nostre ferite.

Quando il nostro corpo e la nostra mente sono sotto stress come in questo momento storico, il desiderio più o meno consapevole di abbandonarsi, di lasciare che il flusso degli eventi ci trascini in un limbo in attesa di tornare a vivere, è molto frequente.

I giorni passano, molti dei quali sempre uguali, confinati in nome o in virtù di informazioni, dati e meccanismi sempre meno chiari. I giorni passano e diventano mesi, diventano tempo trascorso e tu diventi un senza tempo, un tempo sospeso. Un cavallo di razza confinato dentro un recinto che ci ti fa perdere senso e senno. L’apatia diventa una coperta emozionale,un rifugio dove nascondere tutti quei sentimenti che non si vogliono provare, ma che in realtà nella parte più profonda di noi sono presenti.

Per me psicoanalista il webinar è l’antitesi all’incontro individuale non l’antidoto. Il telefono ha sostituito tutto, tranne l’incontro. L’illusione che la videochiamata possa sostituire un incontro è come l’ansiolitico che nel momento in cui lo si assume placa l’ansia ma il giorno dopo si ha bisogno di altre gocce perché non si è risolto il conflitto che l’ha generato. Nell’incontro Analitico esiste un prima, l’ incontro e un dopo nel quale si dovrebbe a lungo meditare, riflettere, riorganizzare le idee, pensare, funzione che ricordo viene prodotta solo in solitudine.

Il fattore terapeutico è l’incontro. Se non ci si incontra non si può stare bene. Le persone devono tornare a incontrarsi, incrociarsi conoscersi nei luoghi, sul treno, in palestra, fuori dalla scuola. Devi poter tornare a casa stanco non essere stanco in casa, non è umano.

Con il telefono puoi fare tutto ma puoi farlo male. Non puoi fare l’aragosta flambé se a casa hai solo delle verdure, al massimo fai un minestrone e così non muori di fame. Il senso del limite non è una cosa facile e difficilmente si apprende con entusiasmo. Devi fare quello che il contesto ti permette di fare ma al tempo stesso devi stare attento a non fare ciò che il contesto ti induce a fare e cioè a vivere da addormentato.

Ciò che si confida nell’incontro difficilmente verrà detto davanti a uno schermo perché quell’intimità, quella corporeità emotiva non si intravede, non si vive, non ci si tocca. Il web è uno strumento, utile e innovativo ma un’applicazione non può sostituire una palestra, un teatro, il suono di un violino, il chiasso di una classe, la visita a una città d’arte, il bagno al mare men che meno il rapporto terapeuta paziente.

Uscire da questa nebbia mentale è la strada per non cadere in stati depressivi, esci, esci tutti i giorni, cammina, respira sententi vivo. Non lasciare che la tua mente utilizzi la sofferenza per poterti poi creare una nuova identità dove ti senti vittima.

Non dispiacerti troppo per te stesso e per il contesto, reagisci, muoviti sempre un pò di più, produci uno sforzo attivo nella tua mente e nel tuo corpo. Non perdere tempo a lamentarti con altri delle tue sofferenze, canalizza la tua rabbia nella creatività e nel tuo corpo, usalo anche solo per cantare ma usalo.

Dal momento che è impossibile sfuggire a questo momento storico, l’unica possibilità di cambiamento che hai è di attraversarlo, passaci dentro da vivo non da automa e appena puoi corri e incontra l’Altro ed entrambi sarete felici della vostra Amicizia.

La violenza del tempo lacera l’anima, dice Simone Weil, ed è attraverso quella lacerazione che entra l’eternità.

E quando arriva la notte, dico io, fa che il tuo cuore sia ardente, così non sarà colpito dal gelo.

Mi scusi se insisto…

Lo so Lo so è un momento difficile, oggi una mia cara amica mi ha detto che la sua vicina di casa è in ospedale con il Covid e se la sta passando molto male, ha sempre fame d’aria.

Anch’io Signor Presidente ho fame d’aria, è un’aria diversa ma è aria. Il mio respiro si nutre di cultura, di arte, di teatri, di cinema e tutto questo sono certa che mi aiuterebbe a superare meglio questo momento terribile. Se il teatro o il cinema fossero aperti solo per le pomeridiane avremmo un pò di respiro, sì respiro. Il teatro è un’ottima terapia contro l’angoscia e in molti ci andrebbero.

Lei potrebbe dire che prima di questa pandemia i teatri vivevano una forte crisi e che ormai non c’era molta gente, certo era proprio così.

Ora il Governo ha chiuso tutto, bar, ristoranti, negozi, centri commerciali, ma provi a lasciare aperti i teatri. Un esperimento sociale che non aggraverebbe di certo sulla pandemia. In molti andrebbero, sì andrebbero perché pur di uscire andrebbero anche a teatro anche se non ci hanno mai messo piede. La gente si adatta, se i ristoranti sono chiusi allora andranno dove è aperto. Le misure di contenimento per i teatri sono state molto efficienti e il pubblico ha risposto in maniera ordinata. Anche il teatro è un lavoro, non è un diversivo. I lavoratori del teatro che vadano a lavorare come gli altri, con le regole e rispettando il coprifuoco serale, ma che lavorino.

Ma Lei si rende conto che è morta anche la fame di cultura perché è morta la cultura, il senso critico, il desiderio di sognare. Senza il sogno non mangeremo, perché non avremmo l’immaginazione per uscire da questo disastro, non avremmo l’idea di un futuro perché non saremo in grado di realizzare il pensiero del futuro.

Provi a sognare con me per un momento Signor Presidente, sogni di entrare a teatro per poco più di un’ora e mezza, in completo silenzio, raccolto, ognuno con se stesso ma senza sentirsi solo. Si apre il proscenio e Il Sognatore di Notti Bianche di Dostoevskij voltandosi verso Nastenka afferma: “Che il vostro cielo sia luminoso e che il vostro dolce sorriso possa essere sereno per l’attimo di felicità che mi avete regalato: un intero attimo di felicità, è forse poco nell’intera vita di un uomo?”

Notti bianche sono quelle 5 notti dove a San Pietroburgo il sole non tramonterà mai del tutto, illuminando il cielo anche di notte. Un lucore costante. Se vogliamo che il sole non tramonti mai del tutto dobbiamo avere il coraggio di afferrare l’inafferrabile, l’Arte. Dobbiamo avere il coraggio di sognare. Nello spettacolo Il Sognatore, preferisce il sogno alla realtà, perchè la realtà non è mai quella che ci aspettiamo, quella è la routine. Egli esclama: “Com’è ripugnante la realtà! Che cos’è in confronto al sogno!”

E questa realtà di adesso non è ripugnante perchè esiste una pandemia in corso, almeno non solo, ma anche perchè dobbiamo continuamente misurarci con la complessità delle cose. O Tutto è meraviglioso o tutto è un disastro dove vivere. Non perchè viviamo nell’era del Covid non possiamo sognare, certo chè è difficile muoversi come un acrobata, perchè i gesti di un acrobata possono sembrare esagerati, a volte lo sono, ma quell’esagerazione è anche un modo per mantenere l’equilibrio sul filo del dirupo della propria mente. La sanità e l’igiene mentale di questo momento passano attraverso quel filo e tutti noi oggi dovremmo imparare a muoverci come degli acrobati nella complessità della vita..

Servono stimoli, suggestioni, arte, serve la funzione del sogno e del futuro, serve dare spazio all’immaginazione e all’intuito. Solo il teatro permette di vedere il proprio pensiero realizzato in un altro essere umano in carne ed ossa, solo il teatro esprime i sentimenti e le angosce di tutti dal vivo e in diretta e in diretta fa pensare dando a tutti la possibilità di trasformare il pensiero in crescita individuale. L’opera teatrale è immediata perché umana e non filtrata da un video. Noi prima di essere pensiero siamo corpo ed è in quel corpo che si realizza il pensiero. Non esiste un pensiero senza un corpo.

Signor Presidente, il mio scopo nella vita è aiutare gli altri, e tutti i giorni adempio alla mia professione con grande rigore scientifico, e con altrettanto rigore ho desiderio di ricominciare a sognare, perché so che sognare è il modo migliore per rimanere vigili nella vita, forse è vero… non di solo pane vive l’uomo.

Buon lavoro Presidente, i miei migliori auspici in un momento così terribile, io domani, nel mio piccolo, tornerò a contenere l’angoscia dei miei Pazienti, che ogni giorno lottano, ed io insieme a loro, per trovare una base dove aggrappare l’angoscia, io non potrò contenere tutto ma l’Arte sì, l’Arte questa funzione ce l’ha. Ri-Animi l’Arte Presidente, Le dia un’Anima nuova, in molti saremo con Lei ad avere ossigeno nuovo nei polmoni del nostro Vivere.

Moscow, Russia- Piazza Rossa, 26 dicembre 2017

Lettera aperta al Presidente del Consiglio

Caro Presidente,

Le scrivo per poter condividere con Lei alcune riflessioni.

Le Arti in Italia, stanno attraversando un periodo di grande difficoltà e non solo per il Covid ma anche perché altre realtà come la tv on demand e altri svaghi hanno sostituito di gran lunga il cinema ma soprattutto il teatro.

Sa Presidente, l’altra sera a Firenze al Teatro Rifredi davano uno spettacolo chiamato Tebas Land, scritto dal drammaturgo Sergio Blanco e diretto da Angelo Savelli. Tebas Land è la storia di un parricidio moderno, un Edipo dove Tebe è un carcere e non una città. L’Edipo di Tebas Land si chiama Martino ed è un ragazzo che accoltella il padre con delle forchettate nella cucina di casa invece che sulla via per Tebe.

Uno spettacolo, emozionante con una regia straordinaria anche perché immediata.

Al termine di questo spettacolo la mia persona non riusciva ad alzarsi dalla poltrona per l’ emozione e contemporaneamente, sentiva che dentro di lei, qualcosa si stava trasformando, stava mutando una parte di sé.

Eravamo solo in 40 in sala, per un teatro da 300 posti, al mio fianco da entrambi i lati, nessuno. Ho fatto una fila ordinata, il pubblico dei teatri ha ancora un certo stile, sì stile, perché il teatro è uno stile di vita non una moda e come sa, le mode cambiano, lo stile rimane.

Non era necessario chiudere i teatri Signor Presidente, prendendo tutte le misure antiCovid, perché se vogliamo essere in salute e fare prevenzione, allora dobbiamo nutrire anche l’anima e l’anima e il corpo, sono congiunti, basta con queste schizofrenie sulla salute: anima, mente e corpo sono un unico organismo vivente.

L’essere umano si nutre con l’arte e la natura, non di solo pane. Le Arti sono il respiro dell’Umano così come il tramonto è il respiro di Dio. Lei Presidente, la sua anima non la vede ma devo immaginare che come me la sente e la sente quando piange?

Riapra i teatri Presidente, non presti il fianco alle case farmaceutiche che distribuiscono antidepressivi e ansiolitici, cresciute a dismisura con il Covid, le malattie crescono quando la gente è spaventata e fragile.

Il teatro rinforza l’animo, il teatro non uccide il proprio padre, ma forse Lei è come Edipo, non sa che Laio è suo padre proprio mentre lo sta uccidendo, non dia retta alla Sfinge è lei la vera responsabile di questo parricidio. Creda anche Lei, insieme a molti di noi di noi che anche la Bellezza può salvarci da questo disastro.

Solo per questa sera pensi alla sarta del teatro, pensi al macchinista delle luci che non accenderà le sue macchine ma che probabilmente per la rabbia e la paura si chiuderà nel suo Io.

Pensi al Direttore del teatro, preoccupato per i suoi dipendenti, ma nel teatro non si chiamano dipendenti si chiamano famiglia, essi sono congiunti da un’unica magia.

Alzi il sipario Presidente e per una volta, distolga il suo pensiero dal Covid, si metta seduto e si goda lo spettacolo, forse il giorno dopo, con maggiore lucidità, si potrà di nuovo occupare e non preoccupare della Vita.

Dott.ssa Maria Grazia De Donatis

Ti aiuto?No, grazie ce la faccio da solo

Nasciamo tutti dipendenti, nasciamo da qualcuno che non siamo noi. Nasciamo da un corpo che non è il nostro e dal quale per un motivo o per l’altro ci dovremo fare i conti per tanto tempo. La maggior parte delle persone ha paura di diventare dipendente da qualcuno, la loro paura è dettata dal loro bisogno di esserlo.

Io non ho bisogno di nessuno, ce la faccio da solo, quante volte è nato dentro di noi questo sentimento di ribellione e quante volte non l’abbiamo saputo gestire a causa di un orgoglio ferito, di una ferita narcisistica non sanata è così che la persona nega l’attaccamento rifiutandolo invece è ciò a cui anela di più.

Questa contro-dipendenza affettiva può sfociare in un delirio di onnipotenza, il moto che nasce è posso fare tutto da solo, non ho bisogno di nessuno, nessuno mi capisce, anzi da solo sto meglio! Quando questo sentimento vi pervade con rabbia o costrizione ponete attenzione a voi stessi perché questa dipendenza può sfociare in un isolamento emotivo e sociale o nel tempo, con una depressione.

Questa forma di dipendenza dalla non dipendenza, quindi dalla paura di dipendere trova le sue radici nell’infanzia, quando all’età di 2- 3 Anni il bambino sperimenta la fase del No. Il No dettato dalla madre o dalle figure di riferimento e la paura del bambino di staccarsi o meglio, dall’incapacità del genitore di aiutarlo a staccarsi con amorevolezza. Il bambino così può avere i primi blocchi e rispondere all’angoscia con i capricci. Diventa la ribellione un atto per proteggersi dal dolore e lenire una ferita che con il tempo invece di cicatrizzarsi si riattiva ogni qual volta che ci sente prima attaccato, poi rifiutato e alla fine abbandonato.

Il bambino che si è sentito rifiutato, eviterà poi da adulto, di instaurare rapporti profondi. I legami possono essere duraturi ma non è detto che siano profondi. Non instaurerà legami per paura di sperimentare un rifiuto, imparerà ben presto a badare a se stesso, a contare sulle proprie forze, a non chiedere aiuto vivendo l’aiuto come una vergogna, come qualcosa che lo rende vulnerabile e che poi dovrà anche risarcire. Preferirà, da grande, fare le cose per proprio conto contando solo sulle sue forze. Tenderà a non sentirsi comodo nelle relazioni più strette, ogni volta che qualcuno non andrà incontro alla sua misura si sentirà soffocare e si chiuderà di nuovo. Nella contro-dipendenza affettiva questo tipo di persone non riusciranno a concepire che la loro felicità possa dipendere da qualcun altro.

La contro-dipendenza Affettiva, che fa il palio con la dipendenza affettiva, dove in entrambi i casi, essendo queste due realtà, gli estremi opposti della stessa problematica, si andrà in contro a grave e cronica difficoltà ad accedere all’arcobaleno delle proprie emozioni, non riconoscerle e molto spesso. In questo sistema emotivo si è convinti che siano gli altri che ‘non capiscono…’ gli altri Sono i colpevoli del proprio disagio. Gli altri sono i colpevoli nella misura in cui, glielo si permette per accusarli successivamente, delle loro mancanze nei nostri confronti.

La verità è che le cose difficilmente sono come sembrano e ogni volta che diciamo: ’io non ho bisogno di nessuno’ stiamo congelando il nostro cuore, negando i bisogni più profondi. Ci si sente vulnerabili nello scoprire il bisogno dell’amore dell’altro bisognosi del suo affetto o compagnia. Da questa realtà, si può uscire in punta di piedi, con passi da bimbo con un grande sforzo e pazienza verso se stessi, per poter, col tempo, far crollare le proprie corazze accettando che tutti noi sentiamo il bisogno profondo di sentirci amati.

Abbiamo bisogno di sperimentare e creare delle relazioni affettive dove i rapporti siano o diventino bilanciati in cui il dare e il ricevere possano vivere in armonia. Imparare a rimanere nella relazione creando un rapporto di fiducia, fidarti che l’altro non stia con te per fregarti o per ottenere qualcosa, se questo accade vuol dire che noi glielo stiamo permettendo.

A volte donare non è un gesto pulito ma un modo sbagliato per sentirci migliori, non più generosi ma superiori. A volte, l’essere donartivi, se non è scevro da secondi fini anche inconsci, può ed è una trappola, la trappola del sentirsi migliori, e ogni volta che abbiamo questo bisogno sotteso allora significa che ci sentiamo meno.

Non aver bisogno di nessuno è solo una maschera narcisistica per giunta tra le più noiose e meno divertenti. Come psicoanalista ho scoperto anch’io, dopo anni di duro lavoro sulla mia persona, quanto stare lontano dalla vita e dalle persone ha solo due sfumature o bianco o nero, ho scoperto col tempo quanto amo i colori, quanto mi diverte stare in mezzo alle cose della vita e se ho imparato una cosa è che I rigidi contesti giudicanti possono stare alla larga dal momento che riattivano solo tonalità infantili tra le più paurose. Quando hai bisogno di dimostrare qualcosa a qualcuno lì le tue forze verranno meno, solo il pensiero rende l’animo debole. Le fantasie di risarcimento non hanno mai risarcito di alcunché e non bisogna mai dare il fianco a questa parte di noi. Non sono loro i nostri giudici. La patente per diventare grandi non te la da il Santo Uffizio. La libertà comincia ad esserci come istanza psichica, quando te la prendi, non quando ti viene data (es. adolescente che si ribella al genitore).

Impariamo a a dis-cernere, dandosi tempo per ogni cosa, distinguendo con lucidità e chiarezza le proprie tonalità emotive.

E visto che nella vita, siamo tutti parti di una interdipendenza, allora voglio dipendere dalle persone miti, da quelle gentili, voglio dipendere da quelle persone che non cambiano idea su di te quando non le servi più, voglio dipendere dalle persone allegre, da quelle che quando cadono non dicono, si vabbè ma è colpa tua, voglio dipendere da quelle che non si nascondono dietro ai buoni sentimenti perché l’inferno è lastricato da buone intenzioni. Voglio dipendere da chi dice scusa, da chi si accorge che chiunque di noi provoca dolore all’altro e non è solo una vittima. Voglio dipendere dal Bello e dal Buono, dalla natura delle cose e da chi quando si alza la mattina capisce che è vivo.

E’ da questa maturità affettiva che nasce l’autonomia.

La libertà è dentro le cose, non fuori.