Essere donna in privilegio di Madre natura

Dal 17 giugno al 17 ottobre 2021 le sale di Palazzo Medici Riccardi, pronte a ripartire con “AniMA. La Magia del Cinema d’Animazione da Biancaneve a Goldrake”, la mostra che espone per la prima volta al pubblico oltre cinquecento disegni originali dei film d’animazione più conosciuti e amati.

Nascere donna è di per sé un privilegio di natura. La vita sceglie un corpo di donna per donare la vita. La natura si compiace di questo e dona alla donna questo potere.

Attraverso una ferita che resta sempre aperta la creatività prende vita.

E la natura si compiace di realizzare sé in un corpo di donna.

La domanda che sorge spontanea allora è questa: da dove viene la negazione di questo potere femminile?

Proprio in quanto potere avviene in un cambio di generazione e non di genere.

Il conflitto nasce da parte di chi detiene il potere in quanto già madre verso coloro che per diritto di natura sono chiamate a subentrare, le figlie, e non il contrario come sostiene Melanie Klein affermando la cattiveria innata del bambino.

Amore e psiche nella favola di Apuleio: Venere invidiosa e gelosa di Psiche si vendica su di lei con una maledizione.

Core e Demetra: l’invidia della madre per il regno preso per metà dalla figlia.

Non sono dunque gli uomini i veri oggetti dell’invidia femminile.

La condizione di impotenza e di subalternità all’egemonia maschile si traduce in una sorda rivalità reciproca, spingendo le donne a farsi subdolamente la guerra tra loro mentre sull’uomo si disegna la lavagna che trascrive le conseguenze di quest’odio.

Laddove la madre, volendo possedere la figlia per la vita, non aiuta la figlia a compiere il cambio generazionale anzi le chiede obbedienza e sottomissione fino al punto di sacrificare la propria sessualità quindi colpa per il proprio sesso.

Ebbene, proprio nella complessità del legame preedipico madre-figlia –  evidenziato da Freud, quando definiva l’amore della bimba per il padre un “surrogato” dell’amore materno – vanno ricercate le ragioni profonde delle asperità e delle lacerazioni che tanto spesso caratterizzano i rapporti tra donne.

La via indicata per un loro possibile superamento, è la via dell’ elaborazione della relazione con la propria madre, la sola davvero in grado di modificare e trasformare i rapporti fra donna e donna: è innegabile, tuttavia, che in questa relazione e nella capacità di elaborarla, si gioca la possibilità di gestire e controllare l’invidia nel corso della vita, ogni volta che siamo chiamate a confrontarci con un’altra donna.

Tale solidarietà tra donna e donna è vera, sincera e efficace solo a patto che si riconosca l’esistenza di un conflitto atavico di generazione altrimenti si profila l’ennesimo inganno, il falso che subordina la giovane all’anziana con l’unico scarico di tensione che si verifica con la parola d’ordine: conflitto di genere che significa scaricare la tensione generata dal conflitto non risolto contro l’altro sesso in quanto tale.

Se la donna figlia, non viene aiutata dalla donna madre a compiere con il dovuto rispetto, il proprio processo di identificazione e quindi a differenziarsi da essa  il veleno della madre ricade sulla figlia e sull’intera specie.

Da dove verrebbe la velenosa invidia che colpisce Biancaneve se non dalle brame della madre-matrigna? Ma, nella sagra dello specchio, tra proiezioni e brame narcisistiche è proprio la figlia ad avere il danno fatale, infatti, l’arma dell’affetto viene dunque usata per legare la figlia vista come concorrente potenziale.

Il veleno della mela resta comunque un danno per l’immagine del sé femminile (perché generato dall’identità femminile stessa) e sarebbe letale, se non fosse per il bacio dell’amante principe che ristabilisce la differenza di genere e recupera, il valore sessuale femminile, da qui la nascita dell’aggressività: Dolo- Doglie- Dolore: partorirai con dolore. No, partorirai con gioia!

Una donna che non per sua volontà ma per diritto di natura, deve subentrare al ruolo creatore materno è per sua natura pura ed innocente, ma la stessa donna la cui identità deriva in tutto con l’identificazione primaria con la madre non può che essere devastata e aggressiva. Questa è clinica che infinite volte si è impregnata nella mela avvelenata di Biancaneve e in tante altre fiabe, citando anche Bruno Bettelheim in “Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe.”

L’umiliazione del narcisismo nella fase di costituzione dell’identità femminile è l’unico vero motivo per cui una donna risulti strutturalmente incapace di percepire l’amore come soddisfazione sia nel darlo che nel riceverlo.

A questo proposito le statistiche sulle violenze denunciate dalle donne nelle associazioni antiviolenza, mostrano che nell’87,4 % il nemico è il marito o il compagno: le uniche persone che la donna presumibilmente sceglie nella vita con libertà di cui dispone.

Rimane la considerazione che la violenza che una donna subisce nella vita è pari e proporzionale alla violenza subita nel rapporto primario famigliare: la componente sadomasochista che connota i rapporti nella coppia è purtroppo funzione di transfert e malessere del legame che si forma nella cattiva simbiosi primaria.

Quello che è peggio è che molte donne non sembrano rendersene conto, apportando nella loro vita un’infelicità esistenziale e una disperazione divenuta strutturale.

Quella dell’infelicità affettiva, viziata anche dalla violenza e dal dramma, è una storia già scritta nell’anamnesi famigliare.

La parola consapevolezza entrata, assieme ad altre, nel linguaggio consueto, non è, come si crede, il rimedio a tutti mali. Non basta, trasformare in conscio ciò che è inconscio, anche se sarebbe azzardato concludere che fra essere consapevoli di qualcosa che ci riguarda e non esserlo non vi sia alcuna differenza.

E’ necessario sostituire alla “cultura”  dell’invidia, fatta propria tra una generazione e l’altra, quella della prossimità e della sorellanza.

Non più la matriosca e la sua gerarchia ma la sorellanza tra le donne di tutte le età. Io stessa, come donna e come terapeuta sono testimone attiva di questa sorellanza.

E’ necessario dunque incontrare la madre come donna e non come dio.

E’ necessario ritornare a riconoscere e a incontrare la natura come madre, come vita.

Essere madre per una donna è solo un ruolo e bisogna compierlo con potere e responsabilità che questo ruolo rappresenta.

Siamo, come donne, protagoniste della Vita, siamo co-creatrici con la vita stessa, siamo artiste e protagoniste nella storia.

Questo comporta l’abolizione del diritto di dominanza della madre sulla figlia denominato possesso. Dobbiamo essere consapevoli della nostra forza rinnovatrice che è solare contro la minaccia dell’oscurità.

Anche la bestialità del maschio troverà la soluzione nel momento in cui Iside dona la sua rosa all’asino di Apuleio riportandolo all’umano.

L’emancipazione attraverso la differenza da chi ci ha creato è esattamente ciò che ci rende umani facendoci evolvere dai primati.

Noi donne dobbiamo diventare consapevoli di quanto potere abbiamo a disposizione e di fatto lo esercitiamo sulla realtà e sul mondo maschile.

A dispetto delle nostre ferite d’amore noi siamo in grado di fare accadere gli eventi che segnano il destino della nostra natura umana.

La vera speranza nella nostra vita è quella di riconoscere che al di sopra di tutto e dietro a tutto come causa e motore c’è la necessità assoluta che la giovane donna e figlia non debba mai più sentirsi mortificata dal soggetto che più ama al mondo e per la quale è disposta a sacrificare ogni cosa, anche se stessa, per quello che ne consegue in termini di qualità dell’intera esistenza umana.

Alla fin fine, la leggerezza dell’essere non è più insostenibile, come per Milan Kundera, ma deliziosa quando si è disposti a riconoscerla, accettarla e trasformarla in una vita che vale non la pena, ma la gioia di viverla.

Maria Grazia De Donatis

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